PICCOLA

Non mi sono abituata. Lo noto sempre e ogni volta che mi chiami così sorrido compiaciuta. E ormai sono vent’anni.

C’è un misto di tenerezza, di giocosità, di amore.

Sarà che tu, dall’alto dei tuoi 2 metri potresti chiamare “piccolo” chiunque e io dal basso del mio metro e 60 centimetri non potrei nemmeno replicare.

Sarà che quando mi stringi tra le braccia mi sento piccola e protetta.

Sarà che con i tuoi sette anni in più, ti concedo anche di sentirti più “grande”.

Ma non smettere mai di dirmi “Ciao piccola”, neanche adesso che ho superato i quaranta.

Che sia quando mi saluti al telefono o prima di andare via o prima di addormentarci.

Io sono la tua piccola davvero.

TRA LE TUE BRACCIA

Scuserai
questo inverno di foglie
e i pensieri che
vanno scalzi per lontane vie…
via da te… via da me…
È un privilegio stare con te,
dolce persona vicina a me
Sentirai tra le dita
il respiro e la voce mia
che ti invita al mare,
o quel che sia…
sentirai, sentirai….
È un privilegio stare con te,
tutto è distante
niente lo è…
È un sortilegio
vivere in te
dolce persona vicina a me…. (Paolo Conte)

ascolta qui

Le parole che ti ho detto (Sottotitolo: di tutte quelle volte che avrei dovuto tacere perché non ne valeva la pena e invece… -Consigli su come evitare piccole ma preziose perdite di tempo-

Non fate battaglie sul rispetto e/o sulle questioni di principio. Il rispetto per molti è a senso unico: lo pretendono ma non ricambiano e per quanto riguarda le questioni di principio, ognuno ha le sue e per molti sono solo un concetto astratto, inutile discuterne.

Non perdete tempo a giustificarvi. Meditate prima su ciò che farete e nel caso commettiate un errore, inutile giustificarsi, è più utile ed elegante scusarsi.

Non perdete tempo a spiegare battute e/o barzellette – chi non coglie l’ironia non merita una seconda chance. Se invece siete voi a non essere in grado di fare battute, evitate di coprirvi di ridicolo per la seconda volta.

Non correggete chi sbaglia i congiuntivi. Regalate loro testi di grammatica: chi non sa usare i congiuntivi avrà senz’altro lacune grammaticali ben più gravi.

Non ripetete una seconda volta alla stessa persona ciò che vi infastidisce: non regalate il vostro tempo a chi non lo merita.

I miei luoghi felici

Stasera ho deciso di preparare le polpette di melanzane. Anzi, in realtà l’ho deciso ieri quando ho cotto le melanzane nel forno. Hanno bisogno di una preparazione lenta, non lunga, lenta. Hanno bisogno del loro tempo.

Lo chiamano comfort-food; è il cibo che ti conforta, una coccola per il palato e per lo spirito. Io lo chiamo “luogo felice” perché per me il cibo che ti riporta alla mente un ricordo piacevole, un’emozione o una persona a cui hai voluto bene, non è solo un piatto, è proprio un luogo dell’anima che mi accoglie e fa sentire bene, semplicemente.

Questa ricetta me l’ha regalata una persona della mia infanzia, amica di famiglia, Augusta. Donna di nobili origini siciliane, diseredata dal padre perché aveva scelto di amare l’uomo che piaceva a lei e non il buon partito scelto dalla sua famiglia. Dopo aver sposato il suo grande amore e aver avuto quattro figli, si era ritrovata a doverla mantenere quella sua bella famiglia, perché il marito non solo era povero in canna ma era pure uno scansafatiche.

Così l’ho conosciuta. Abitava nel cortile delle case popolari di via Broseta a Bergamo, al piano terra della “portina” numero due, il cortile dove abitava anche mia nonna, alla portina numero uno. E faceva un po’ di tutto, la sarta, la donna delle pulizie. E cucinava benissimo.

Il Cortile. Potrei scrivere un libro sulla vita del cortile di via Broseta. C’erano tanti bambini, le porte erano sempre aperte, non metaforicamente, erano proprio aperte. Ci si fidava, forse perché non c’era niente da rubare. E noi bambini giravamo dentro e fuori queste case. Tra le risate, i giochi, le corse e le urla di chi magari stava passando lo straccio sui pavimenti. C’erano i personaggi del cortile. La signora Mirella mamma del Giagi, la gattara Cesarina che abitava nell’appartamento sopra mia nonna e mi aveva regalato dei mobili per le bambole; c’era la Teresa Papini che abitava di fronte ed era stata lasciata dal marito con cinque figli piccoli; c’era la Sofia, una degli otto figli della signora Maria, che mi abbracciava stretta ogni volta che mi vedeva; c’era la mamma di Alessandro Carrera, vedova di un alpinista, morto durante una scalata; c’era il signore con l’impermeabile e il cappello che andava a comprare il latte tutti i giorni e ci sgridava perché giocavamo a pallone; c’era la signora Gambarelli, mamma del dottore e di quella signora dell’edicola; c’erano la signora Minetti e la signora Colombo e tutte le altre “amiche della tombola” di mia nonna. Non ho mai capito come potesse chiamarle amiche, quando per una cinquina si sarebbero pure scannate. Poi c’eravamo noi, i monelli del cortile, che durante le vacanze da scuola stavamo fuori tutto il giorno a giocare a figurine, a biglie, a elastico, a nascondino. Ci si divertiva tantissimo.

Augusta mi aveva dato la sua ricetta delle polpette di melanzane quando già andavo all’università. Passando davanti a casa sua per andare a trovare mia nonna non potevo non fermarmi sentendo quei profumi, e di ricette gliene ho chieste tante. Lei era sempre appoggiata alla finestra a fumare le sue sigarette e quando arrivavo ci si fermava a chiacchierare. La vita non era stata buona con lei. Oltre al marito, l’aveva colpita un’altra disgrazia: la sua unica figlia femmina era morta prematuramente distruggendo la donna forte che era. Per fortuna le aveva lasciato sua figlia di un anno, uguale identica a lei, da crescere e da abbracciare forte forte ogni volta che veniva assalita da quel dolore indicibile. Pochi anni dopo, quel suo brutto vizio di stare alla finestra in compagnia delle sigarette, l’ha portata via. La piccola Sarita ha perso la mamma due volte.

Quante volte sono passata davanti alla sua finestra sentendo in gola la mancanza di quella grande donna.

Il cortile da tempo ormai era solo il fantasma di quel luogo felice che era stato, ma con l’assenza di Augusta non è più stato come prima.

Stasera con le mie polpette sono tornata in quel cortile e sono felice. Leggera e spensierata come la bambina che sono stata e come la donna e mamma che ora sono.

POLPETTE DI MELANZANE

Ingredienti per 4 persone:

4 melanzane tonde

1 uovo

100 g di parmigiano grattugiato

200g di scamorza

Olio di semi di girasole

Pangrattato q.b.

Sale e pepe q.b.

Menta q.b.

Dopo averle lavate e asciugate, bucate un paio di volte con una forchetta le melanzane intere e cuocetele in forno statico per 90 minuti a 180 gradi, rigirandole un paio di volte.

Lasciatele raffreddare e poi spelatele togliendo il peduncolo.

Schiacciatele con una forchetta fino a renderle una purea, aggiungete 1 uovo, il parmigiano, la menta tritata, sale e pepe. Se il composto risulta troppo morbido aggiungere 1-2 cucchiai di pangrattato.

Lasciate il composto in frigo per una notte, ben chiuso in un contenitore o coperto da pellicola. I sapori si devono amalgamare.

Il giorno dopo, formare delle polpette allungate con all’interno un pezzo di scamorza e passatele nel pangrattato.

Friggetele in olio ben caldo e, quando appaiono ben dorate, toglietele dall’olio e adagiatele su carta assorbente.

Provatele sia calde che fredde.

E fatemi sapere

https://m.youtube.com/watch?v=KtBbyglq37E

Il Legame

Inizia per te un nuovo percorso.

Un passo dopo l’altro ti vedo diventare sempre più grande in altezza, nei gesti, nelle espressioni, nelle parole; diventi sempre più indipendente e autonomo.

Non hai più bisogno di aggrapparti alla mia mano per sorreggerti, me la tieni solo per attraversare la strada.

Sorridi, sorridi sempre. Lo hai sempre fatto e continui a farlo anche quando mi saluti con la manina e dici: ”Ciao mamma, ci vediamo poi!”

Non piangi, sei contento di stare con gli altri, bambini e bambine, non fai differenze. Corri incontro alle educatrici, che non conosci, le abbracci, e mi saluti ancora: “Ciao mamma!”.

E Ridi.

E corri felice.

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Gli altri bimbi ti guardano straniti. Alcuni si nascondono aggrappandosi dietro alle gambe della mamma, altri, timorosi, sporgono di lato e osservano il giardino dell’asilo e ciò che li circonda, altri più spavaldi si staccano dalla mano dei genitori, rimanendo però nelle immediate vicinanze.

Tu no, tu hai già fatto gli onori di casa e ti sei già presentato a tutti. Ogni tanto ti giri, cerchi il mio sguardo, mi sorridi e subito dopo riparti alla conquista di quello che sarà il tuo Nuovo Mondo per i prossimi tre anni.

Io rimango lì senza parole. Non mi aspettavo di certo sceneggiate, ma mi sento una mamma “diversa”. Vorrei che mi abbracciassi forte, vorrei sentire fisicamente che quel legame si sta rompendo. Invece non è così che accade. Non si stacca alcun filo, non c’è alcun taglio netto. Il primo giorno d’asilo non è la fine di nulla. È solo la cartina tornasole di un lavoro di più o meno tre anni e nove mesi.

Mi dicono che ho fatto un buon lavoro.

Che un bambino che si inserisce così bene in un ambiente nuovo, è un bambino sicuro di sé, sereno ed equilibrato.

Se lo dicono gli esperti…

Io so con certezza che sono orgogliosa di te, mio piccolo principe, e che il nostro LEGAME SPECIALE lo abbiamo creato appena sei nato, in quei tre giorni quando non ci siamo potuti vedere, ma ci sentivamo forte. E subito dopo, in quei venti giorni in cui ci siamo aspettati e poi finalmente ci siamo abbracciati stretti.

Datemi un mojito

Datemi un mojito e nessuno si farà male!” avrei voluto gridare, anche se, a onor del vero, ne sarebbero serviti tre o quattro.
Stavo tornando dalle vacanze al mare e pensavo alle valigie da disfare, ai panni da lavare e poi stirare, ai giocattoli e agli ammennicoli vari da sistemare, alla casa da pulire, e dovevo anche fare i conti con la nostalgia del mare, che normalmente sento già dopo dieci chilometri di distanza, e con l’ansia per un intenso periodo di lavoro che da lì a poco avrei dovuto gestire.
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Una soluzione l’avrei, pensavo tra me e me, avvicinandomi mestamente al bancone del bar, ma speranzosa nella possibilità di realizzare il mio fulgido pensiero.
Non me ne vogliano le fanatiche dell’uguaglianza dei sessi, ma penso infatti che sarei perfettamente realizzata come donna e madre, se lavorassi sei mesi l’anno e trascorressi in ferie gli altri sei.
Ad ogni modo, svegliata bruscamente nel bel mezzo del mio sogno di gloria, dalla voce stridula della barista e, subito dopo, sentendomi un po’ come colei che ha scoperto l’acqua calda, alla domanda: “Desidera?” ho risposto, quasi sottovoce: “Un caffè, grazie”.
Perché un mojito alle 7.20 del mattino, in autogrill, sulla Bologna-Taranto, pareva proprio brutto.
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Hai le mie labbra, amore. Socchiuse, come quando vorrei dire tante cose ma è meglio tacere.

E i miei occhi, come quando osservo ciò che non riesco a capire.

E le mie mani che sanno accarezzare e stringere, ma anche aggrapparsi o lasciare andare.

E hai anche un pezzo del mio cuore, che aveva così tanto amore dentro che tutto intero non lo avrei potuto portare.

Acciughe salate a colazione 

Ho avuto la fortuna di frequentare ben due licei classici: quarta, quinta ginnasio e prima liceo a Savona, al “G. Chiabrera”; seconda e terza liceo a Bergamo al “P. Sarpi”. Fortuna a parte, è qui che ho sviluppato un maniacale senso critico che, ancora oggi,  mi porta ad analizzare nei minimi dettagli, quasi a sezionare chirurgicamente, ogni aspetto, ogni elemento di qualunque cosa prenda in esame. Per molti sono pignola, per altri sono troppo analitica. Fatto sta che questo mio modo d’essere, non lo definirei né pregio né difetto, mi ha portato a esaminare tutto a 360 gradi. È per questo che nutro grande interesse per tutto ciò che rappresenta il rovescio della medaglia, la voce fuori dal coro, il lato nascosto delle cose o semplicemente l’altro punto di vista. Se mi dicono che una cosa si fa in un modo, state pur certi che io devo provare gli altri mille modi di farla oppure, se mi dicono di non fare una cosa, state pur sicuri che io la faccio, ma non per desiderio di trasgressione o per il gusto di andare controcorrente, no no! Solo perché devo verificare tutti i punti di vista e avere una visione a tutto tondo. È proprio una forma mentis. Tranquilli, niente di serio eh, per il resto credo di essere una persona abbastanza “normale” e, almeno io, ho imparato a conviverci (mio marito un pò meno… Avete presente una rompiballe che mette in discussione tutto o quasi? Per fortuna che ho tanti pregi! :D) e a volte nella vita mi è pure servito. In ogni caso è questo il motivo per cui ho deciso di chiamare il blog “Acciughe salate a colazione”. Sin da piccoli infatti, ci insegnano che la colazione italiana è dolce per eccellenza: latte e biscotti, cappuccino e brioche, caffè e fetta di torta etc… Ma provate a cambiare, passate al salato. Non il semplice toast o uova e pancetta, così sono capaci tutti! Provate invece a farvi un bel pezzo di pane tostato con burro e acciughe salate, vedrete che non ve ne pentirete. E avrete aperto nuovi orizzonti.

A proposito del cambiare punto di vista, mi è venuta in mente una bellissima scena de “L’attimo fuggente” di Peter Weir, in cui un eccezionale Robin Williams, salendo sulla cattedra tra gli sguardi attoniti e allo stesso tempo divertiti dei suoi studenti, dice: “Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a veder voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva.”

Di questo film ricordo che mi era piaciuta anche la colonna sonora di Maurice Jarre, musicista e compositore francese, autore di moltissime colonne sonore belle e famose tra cui: Lawrence d’Arabia, Il dottor Zivago, Attrazione fatale, Ghost, Il profumo del mosto selvatico, Passaggio in India…           Ma questa è un’altra storia 😉