Datemi un mojito

Datemi un mojito e nessuno si farà male!” avrei voluto gridare, anche se, a onor del vero, ne sarebbero serviti tre o quattro.
Stavo tornando dalle vacanze al mare e pensavo alle valigie da disfare, ai panni da lavare e poi stirare, ai giocattoli e agli ammennicoli vari da sistemare, alla casa da pulire, e dovevo anche fare i conti con la nostalgia del mare, che normalmente sento già dopo dieci chilometri di distanza, e con l’ansia per un intenso periodo di lavoro che da lì a poco avrei dovuto gestire.
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Una soluzione l’avrei, pensavo tra me e me, avvicinandomi mestamente al bancone del bar, ma speranzosa nella possibilità di realizzare il mio fulgido pensiero.
Non me ne vogliano le fanatiche dell’uguaglianza dei sessi, ma penso infatti che sarei perfettamente realizzata come donna e madre, se lavorassi sei mesi l’anno e trascorressi in ferie gli altri sei.
Ad ogni modo, svegliata bruscamente nel bel mezzo del mio sogno di gloria, dalla voce stridula della barista e, subito dopo, sentendomi un po’ come colei che ha scoperto l’acqua calda, alla domanda: “Desidera?” ho risposto, quasi sottovoce: “Un caffè, grazie”.
Perché un mojito alle 7.20 del mattino, in autogrill, sulla Bologna-Taranto, pareva proprio brutto.
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